Suoni d’Oriente a Napoli

Che Napoli sia la capitale del Mediterraneo lo dice non solo la sua storia millenaria, ma anche la sua posizione geografica che la vede posizionata proprio lì, al centro di quel mare sulle cui rive, passando per quell’acqua meravigliosa e assolata, sono sorte le più straordinarie ed eterogenee civiltà del mondo: africani, asiatici, popoli d’oriente, greci, romani, egiziani…senza dimenticare chi, venendo dalle fredde lande del nord Europa, preferiva accasarsi a giusta ragione in quella che un tempo era la Magna Grecia!

Si racconta addirittura che Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, volendo lodare la bellezza della nostra terra agli occhi di chi la abitava, scrisse un giorno una missiva al suo omologo del Sud, il nostro vescovo San Severo, nella quale, riportando fedelmente i versi di un Salmo biblico dove è scritto “…Dio l’ha fondata sui mari…”, asseriva gioiosamente che il salmista nel partorire questa frase non poteva che avere negli occhi e nella mente le colline di Parthenope, il golfo assolato, il nitore adamantino del mare di Napoli…

E allora?

Dopo questa velocissima panoramica, cosa c’entrano i suoni d’oriente?

Qui a Napoli, si sa, il ballo, la musica, la poesia, il teatro ce lo abbiamo nel sangue… ma anche chi vive in Oriente, infatti, balli e musica ritmata lo ha ben inciso nel proprio DNA.

Camminando per le vie di Istanbul qualche anno fa, infatti, chi vi scrive si accorse quanto la musica di quelle parti, i balli e i ritmi di quella magnifica regione d’Europa  fossero molto simili a quelli intonati sulle rive del golfo di Napoli.

Dopo poche note, infatti, sembrava quasi che il cantante turco dovesse all’improvviso intonare ‘A rumba de’ scugnizzi di Raffaele Viviani o Tammurriata nera di E. A. Mario su musica di Eduardo Nicolardi.

Eccola qui di seguito cantata da Peppe Barra:

Mi spiegate la differenza con questa musica orientale (v. video sotto) o con la musica ritmata del ballo del derviscio, giovane figura che gira, quasi in estasi, a ritmo di musica?

La centralità geografica e l’importanza storica del proprio porto, l’apertura agli scambi commerciali e culturali, quindi, hanno fatto di Parthenope una metropoli cosmopolita capace di recepire e accogliere le diversità, farne le dovute sintesi, apportare migliorie e mutamenti a tutto ciò che passasse su queste rive assolate…

Anche quello strano strumento bombato e con otto corde (due per ogni nota: SOL – RE – LA – MI), si dice, sia forse uno strumento ereditato dai popoli orientali che abitavano la costa settentrionale dell’Africa e che, a seguito delle incursioni saracene sulle nostre rive, lo abbiano poi consegnato ai nostri popoli contribuendo non poco ad abbellire la tradizione canora di Napoli.

Parliamo del mandolino, per intenderci, diretta derivazione dello strumento africano detto “pandura” o “ambura”.

Pure in Paradiso noi napoletani siamo stati capaci di portare quel suono, cantando con San Pietro e mezza comunità celestiale… E’ proprio vero, lo dice E. A. Mario nel testo della sua canzone Dduje Paravise:

Dduje viecchie prufessure ‘e cuncertino,
‘nu juorno, nun avevano che fà.
Pigliajeno ‘a chitarra e ‘o mandulino
E ‘mParaviso jettero a sunà.

Bussano alla porta, San Pietro apre, ed iniziano a cantare e suona

V’avimm’ ‘a fà sentì ddoje, ttre ccanzone
Ca tutt’ ‘o Paraviso ha da cantà.
Suspire e vase, Museca ‘e passione,
Rrobba ca sulo a Napule se fa!

Ma la nostalgia si fa sentire pure Lassù, la lontananza da Napoli genera spesso questo sentimento!

E allora? Si scusano con San Pietro, ma se ne scendono di nuovo giù a Napoli…proprio non resistono nemmeno in Parasido!

“Mo, San Piè, si permettite,
Nuje v’avimm’ ‘a salutà”.
“Site pazze! Che dicite?
Nun vulite restà ccà?”

“Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro
Ca tutto tene e nun se fa lassà.
Pusilleco! Surriento! Marechiare!
‘O Paraviso nuosto è chillu llà!”

Questo strumento bombato e dal suono malinconico lo ritroviamo un po’ ovunque: quadri, sculture, pastori.

Innumerevoli sono i Pulcinella che in via San Gregorio Armeno hanno tra le braccia il mandolino, quasi a voler eternare in quelle note tutta la malinconia che si cela dietro quella maschera nera col cuoppolone bianco…

Chi li produce qui a Napoli?

Una ditta antichissima, fondata nel 1825 da Nicola Calace, ed oggi ancora attiva nel palazzo Sansevero a piazza San Domenico Maggiore.

Da quasi due secoli costruiscono questi magnifici strumenti musicali e li esportano in tutto il mondo, soprattutto in Giappone.

Non sono industriali, ma fatti a mano.

Giovanni Raso